Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

Europa, SVEGLIA !!

sabato 6 agosto 2011

la decima estate

pubblicato da Franco Berardi il giorno sabato 6 agosto 2011 alle ore 18.46
Fonte: immaterialiresistenti
La decima estate del nuovo millennio ci porta due novità.

Prima: la guerra infinita dichiarata dall’Occidente contro il resto del mondo è persa in ogni suo scenario. Perfino la guerra afghana, quella che non si poteva perdere, è persa. E la guerra nordafricana iniziata da poco è già una catastrofe. Ma per quanto persa la guerra non può finire perché per l’appunto è infinita. Nessuno ha il coraggio di dirlo: al Qaida ha vinto una guerra impensabile, grazie al fatto che l’Occidente non è stato in grado di pensarla e si è lasciato trascinare in un abisso di demenza.

Seconda novità: il collasso finanziario ingovernabile si trasforma in progressivo smantellamento delle strutture civili della società.

La borghesia, dominante nell’epoca moderna, era una classe territorializzata: il suo potere si fondava sull’espansione della prosperità di un territorio e di una parte maggioritaria della popolazione. La sua prosperità dipendeva dall’espansione produttiva e dal benessere sociale.

La classe che ha conquistato il potere negli anni della globalizzazione è una classe deterritorializzata e virtuale. A rigore non possiamo neppure parlarne come di una classe. E’ piuttosto un pulviscolo di interessi che si aggregano e si disgregano continuamente: il mercato finanziario è luogo mobile e immateriale nel quale si condensano e si disperdono movimenti a carattere sempre più spesso puramente distruttivo.

Il mercato azionario un tempo era indicatore di spostamenti della ricchezza reale. Grazie agli effetti della globalizzazione digitale e alla polverizzazione degli scambi, ora il gioco si è completamente rovesciato. Non la creazione di ricchezza, ma la sua dissipazione è la tecnica con cui si arricchisce la classe trasversale della finanza.

La tecnica predatoria consiste nell’aggredire un territorio (un’impresa, una struttura sociale, una popolazione, una nazione), dissolverne la consistenza produttiva, privatizzarne i guadagni e socializzarne le perdite, per poi abbandonare quel territorio non appena, sempre più rapidamente, l’addensamento predatorio lo ha spolpato.

La politica, i governi, le sinistre esistono ormai soltanto per convincere le popolazioni terrorizzate ad accettare di lavorare sempre più in fretta per salari sempre più scarsi allo scopo di ricostituire un capitale che la classe finanziaria si appresta a predare domattina. Se crediamo nella leggenda della crescita siamo in trappola. No lavoriamo e i governi – di destra o di sinistra non fa nessuna differenza – consegnano il malloppo fresco fresco fresco ai “mercati” che lo dissolvono per trasformarlo in capitale finanziario.

Non credo ci siano molte possibilità di uscirne vivi. Fukushima è un dito puntato verso l’orizzonte del futuro planetario. La sola speranza è abbandonare il campo, farsi da parte mentre tutto sprofonda, e ricostituire le strutture della vita sociale in uno spazio che non interagisca in alcun modo con la follia predatoria del capitalismo nella sua fase agonica, che forse durerà mille anni.

Esiste questo luogo? Non esiste. Il compito politico del tempo che viene è crearlo.

L'Europa salvi l'Europa

Fonte: sbilanciamoci
La sinistra europea può combattere la crisi, unendosi su alcuni obiettivi: evoluzione del Fondo salva-stati, ristrutturazione dei crediti sovrani, piano europeo per il lavoro, eurobond, tasse ambientali e sulle transazioni finanziarie. E uno standard europeo per i salari

Le domande poste da Rossana Rossanda sul senso dell'Unione europea vanno al cuore del problema. Si chiede, in sintesi: non c'è stato qualche errore nella costituzione dell'Unione europea? Come si ripara?
La svolta, tardiva e inadeguata, intrapresa con l'accordo raggiunto il 21 luglio a Bruxelles nel vertice straordinario dei capi di stato e di governo, lascia l’euro e l’Unione europea a rischio. Non soltanto rischio finanziario, ma sociale e democratico. È sotto osservazione, misurato ogni minuto dagli spread e dal prezzo dei Cds, il rischio di rottura della moneta unica dovuto alla insostenibilità dei bilanci pubblici e alle pressioni dei mercati finanziari. È meno osservato il rischio di rottura indotto dagli insostenibili squilibri sociali e dalle reazioni dei mercati rionali. Gli indici qui sono decisamente più rozzi, ma non meno preoccupanti: la percentuale di cittadini, soprattutto giovani, senza fiducia nella politica, il numero degli indignados, le percentuali di voto raccolte dai partiti nazionalisti e populisti.

Ha ragione Rossanda. Una causa fondamentale della inadeguata impalcatura politico-istituzionale della Ue è di ordine culturale: lo sfondo ideologico liberista che ha accompagnato la nascita dell'euro. I padri e i "padrini" dell'euro avevano e hanno impostazioni culturali diverse e finanche opposte (Ciampi non è Tietmeyer; Prodi, Napolitano e Delors non sono Merkel o Sarkozy), ma non c'è dubbio che il paradigma che ha disegnato le istituzioni della moneta unica e prima ancora le politiche economiche di stabilità e crescita ha seguito i precetti dominanti il trentennio alle nostre spalle. In sintesi: la tecnicizzazione e la neutralizzazione della politica economica. Quanto viene lasciato in mano alla politica, ossia le politiche di bilancio, perde ogni margine di manovra (fino allo "stupido" Patto di stabilità). La politica monetaria si affida a una istituzione tecnica indipendente (la Bce), dotata di pilota automatico, orientata a colpire l'aumento dei prezzi sopra la soglia del 2%. La politica industriale diventa bestemmia. Compito unico della politica è liberare l'economia dalle bardature regolative per lasciare le forze economiche far da sé e, così, fare società. Insomma, come efficacemente sintetizzava un bel saggio di Fitoussi del 1997, nella politica economica "il dibattito è proibito".

Berlinguer non va più di moda, cancellato il nome da piazza e da sede del Pd.


Fonte: laprovinciapavese. Succede a San Martino, un paese alle porte di Pavia. La giunta comunale ha deciso di cambiare nome alla piazza per chiamarla Unità d'Italia. E il Pd lo aveva già tolto qualche tempo fa dalla sede.
SPEEDING UP THE FINANCIAL REFORMS
taxes, hospitals, schools, culture...

Le banche all’attacco delle politiche pubbliche.

di Antonio Moscato. Fonte
Quei debiti illegittimi

François Chesnais, redattore della rivista "Carré rouge", ha appena pubblicato un libro importante, intitolato "I debiti illegittimi. Quando le banche fanno man bassa nelle politiche pubbliche" (edizioni Raisons d'agir, 2011). Un libro pedagogico che svela i meccanismi finanziari e bancari all'origine del debito cosiddetto sovrano. Il libro segnala pure l'attualità di una battaglia europea per l'annullamento dei debiti illegittimi.

Nell'ora in cui lo scontro sociale e politico in Grecia ha raggiunto un nuovo stadio, nell'ora in cui il problema si pone a breve per il Portogallo e a termine per la Spagna, la lettura di questo libro di François Chesnais permette di cogliere le molteplici sfaccettature della cosiddetta "crisi del debito sovrano" e traccia la via per un movimento europeo ed internazionale contro uno dei meccanismi capitalisti di distruzione sociale e ambientale. François Chesnais, nell'articolo seguente, mette in rilievo i tratti salienti del tema trattato nel suo lavoro. La lettura di questo articolo non può che suscitare il bisogno di leggere il suo libro. (redaz. Solidarietà Ticino)

di François Chesnais

Nella primavera del 2010 le grandi banche europee, in prima fila le banche francesi e tedesche, hanno convinto l'Unione Europea e la BCE che il rischio di insolvenza nel pagamento del debito pubblico della Grecia metteva in pericolo il loro bilancio. Le banche hanno richiesto di essere messe al riparo dalle conseguenze della loro stessa gestione.

Le grandi banche sono state aiutate nell'autunno 2008 al momento del fallimento della banca Lehman Brothers a New York, che ha portato al parossismo della crisi finanziaria. Sin dal giorno del loro salvataggio, esse non hanno purgato dai loro bilanci i titoli tossici. Hanno anzi continuato a fare investimenti ad alto rischio. Per alcune, il minimo rischio di insolvenza significherebbe il fallimento.

Nel maggio 2010, è stato concepito un piano di salvataggio, con un asse finanziario e un asse di bilancio pubblico, che prevedeva una drastica austerità e privatizzazioni accelerate, forte diminuzione delle spese sociali, diminuzione di tutte le remunerazioni dei funzionari e riduzione del loro numero, nuovi attacchi al sistema pensionistico - sia esso un sistema per capitalizzazione o per ripartizione. I primi paesi ad aver applicato questo piano, come la Grecia e il Portogallo, sono stati presi in una spirale infernale, di cui le classi popolari e i giovani sono stati le vittime immediate. Questa spirale avvolge di mese in mese un numero sempre più importante di paesi in Europa occidentale e mediterranea, dopo che aveva devastato i paesi baltici e balcanici. Tocca ai lavoratori, ai giovani e alle classi popolari più fragili vedersi imposto il costo del salvataggio del sistema finanziario europeo e mondiale.

venerdì 5 agosto 2011

Alla ricerca del poeta maledetto.



di Zag in ListaSinistra
Era un campo incolto, alcuni anni fa, un simbolo in marmo e un cancello chiuso da una catena arrugginita. Poi ieri son passato, un angolo abbandonato del porto di Ostia, da un lato erba e canne al vento, dall'altro un cantiere di barche. Alla catena è stata sostituita un nastro nero al quale è stato fatto un nodo ed un fiocco. Lerba tagliata e le lapide con incise versi delle sue poesie e il riepilogo delle sue opere. Diverse panchine. E lampioni. Su una di esse mi son seduto, son stato un po . Ho ricordato il suo volto scavato.....poi alcuni versi delle sue poesie
" Solo , o quasi sul vecchio litorale tra ruderi di antiche civiltà. Ravenna Ostia o Bombay -è uguale- con Dei che si scrostano problemi vecchi quale la lotta di classe, che si dissolvono"
La panchina è scrostata dal sole e dal vento marino,l'erba sotto di essa non raggiunta dalla falciatrice cresce solitaria e ondeggiante, mi pizzica, mi solletica. Le zanzare mi raggiungono felici di aver , finalmente , trovato una succulenta cena. E' ora di andare. Ti verrò a trovare ancora vecchio poeta maledetto, e rompere così la tua , solitudine "su questo litorale tra ruderi di antiche civiltà"
Zag(c)

Berlusconi: “Investite nelle mie aziende”. Un grafico ci spiega il perché.


Fonte: wordpress
“Ho aziende in Borsa, io investirei prepotentemente nelle mie aziende che continuano a fare utili”
(Silvio Berlusconi, 4 Agosto 2011)

Bowling Europa: gli stati birillo sotto l'attacco del pensiero unico.

di Guido Viale. Fonte: sbilanciamoci
La sovranità continentale, un tempo del popolo, è ora trasferita ai "mercati" che poi sono finanza internazionale, a sua volta espressione dei grandi patrimoni privati; e poi di interessi di banche, imprese multinazionali, società di assicurazione, fondi pensione. Il popolo può rispondere solo difendendo i beni comuni

Il “contagio greco” non esiste. La Grecia non è che il primo di molti birilli presi di mira nel gioco del bowling che tiene impegnata la finanza internazionale. Che le finanze greche possano salvarsi ormai non lo crede più quasi nessuno. Il gioco è solo quello di tirare per le lunghe perché non si intravvedono misure in grado di raddrizzare la situazione. Portogallo, Spagna, Irlanda o Italia potrebbero essere travolte, proprio come nel gioco del bowling, dalla caduta del birillo greco; ma ciascuno di questi paesi potrebbero anche essere il primo a cadere; ed essere lui, poi, a travolgere tutti gli altri. È l’intera costruzione dell’Unione europea che rischia il collasso. E al centro di questa evenienza c’è l’euro. L’idea che si possa espellere dall’euro, uno a uno, i corpi infetti non sta in piedi. Intanto, anche da un punto di vista materiale, è un’operazione assai difficile; senza procedure; e tanto più rischiosa se attuata non secondo un piano cadenzato, ma sotto l’incalzare della speculazione. L’euro ha privato i governi degli stati membri di due degli strumenti tradizionali delle politiche economiche: la svalutazione e l’inflazione controllata (attraverso l’emissione di nuova moneta). Il terzo, la fissazione del tasso di interesse, non la fanno più né gli stati membri né la Bce. Chi la accusa di immobilismo non tiene conto che nel contesto attuale tassi di sconto più bassi fornirebbero denaro più facile non all’investimento produttivo, ma alla speculazione. Ma il fatto è che da tempo l’indebitamento degli stati membri ha consegnato la fissazione dei tassi di interesse – vedere per credere – ai cosiddetti “mercati”, a cui i governi di tutto il mondo si sono assoggettati. Una condizione di subalternità che per alcuni decenni è stata “prerogativa” dei paesi del cosiddetto “Terzo mondo”, strangolati dal Fondo monetario internazionale; ma che la globalizzazione sta ora estendendo a tutti i paesi del pianeta. Per invertire rotta l’Unione europea dovrebbe probabilmente assumere – e “sterilizzare” – buona parte dei debiti degli stati membri: un default continentale, che certo sarebbe preferibile alla caduta in ordine sparso dei singoli stati. In entrambi i casi, con i tempi che corrono, a rimetterci saranno tutti: economie “forti” comprese.
Ma che cosa ha ridotto governi e partiti a competere tra loro facendo a gara a chi è più adatto o capace di soddisfare o tacitare i “mercati”? E che cosa sono mai questi “mercati”, ai quali è stata trasferita quella “sovranità”, cioè il governo della vita di milioni di persone, che le Costituzioni di tutti gli stati democratici assegnano al popolo? Sono la finanza internazionale, la forma più compiuta, astratta e “delocalizzata” del capitale. Dietro il quale ci sono però grandi patrimoni privati – si chiamino hedge fund, private equity o fondi di investimento – che sono cresciuti grazie a un gigantesco trasferimento di ricchezze (mediamente, il 10 per cento del Pil di quasi tutti i paesi; il che, per un salario, può però voler dire il 30-40 o anche il 50 per cento del potere d’acquisto) dai redditi da lavoro a quelli da capitale. Poi ci sono le grandi banche, a cui la deregolamentazione degli ultimi venti anni ha permesso di investire, ma anche di speculare, con il denaro dei depositanti. Al terzo posto vengono le grandi multinazionali (petrolio, grande distribuzione, costruzioni, alimentare, farmaceutica, ecc.) che “integrano” i profitti delle attività estrattive o manifatturiere operando in borsa con le proprie tesorerie. Ma i soggetti più forti dei cosiddetti “mercati” sono assicurazioni e fondi pensione – in Italia, questi ultimi, alle prime armi; ma all’estero da tempo padroni di immense risorse – che per garantire alti rendimenti ai loro investimenti non esitano a strangolare imprese e gettare sul lastrico quei lavoratori che hanno affidato loro il denaro con cui affrontare la propria vecchiaia. Tanto che in borsa le quotazioni di un’impresa spesso salgono quando aumentano i cosiddetti “esuberi”. È il capitalismo diffuso – o “popolare” – bellezza!
WHO IS THE MULTIBILIONAIRE BEHIND THE SPECULATION ON THE STOCK EXCHANGE?
" Is there someone who suspects something?

giovedì 4 agosto 2011

Il nodo strategico di Sigonella. Interventi in Africa e nuove tecnologie militari.

di Antonio Mazzeo. Fonte: arcoiris
Dal 1973 è una delle stazioni aeronavali chiave per gli interventi militari USA in Europa orientale, Africa, Medio Oriente e sud-est asiatico ed una delle infrastrutture estere che ha assorbito i maggiori investimenti da parte del Pentagono (poco meno di un miliardo di dollari negli ultimi 15 anni). Si tratta di Sigonella, la grande base dell’US Navy che sorge nella piana di Catania, oggi trampolino di lancio degli attacchi della coalizione internazionale a guida NATO contro le forze armate libiche fedeli a Gheddafi.

Congiuntamente ad un’altra base siciliana (Trapani-Birgi), Sigonella sta funzionando da vero e proprio hub per la movimentazione di uomini, mezzi e sistemi d’arma destinati allo scacchiere di guerra libico. Operano in particolare dalla stazione aeronavale gli aerei senza pilota UAV MQ-1 Predator che il Pentagono sta utilizzando per bombardare caserme, aeroporti, postazioni radar e centri di telecomunicazione. Secondo l’International Institute for Strategic Studies (IISS) di Londra, nella base siciliana sono stati schierati due squadroni dell’US Air Force con velivoli Predator. Realizzati dalla General Atomics Aeronautical Systems Inc., i velivoli misurano 8,22 metri di lunghezza, raggiungono medie altitudini (sino a 9.000 metri sul livello del mare) e hanno un’autonomia di volo di 40 ore. I sensori ottici e i sistemi di video-sorveglianza possono individuare e fotografare qualsiasi target anche in condizioni di intensa nuvolosità. Ma più che aerei spia, i Predator sono un’arma letale in grado d’intercettare ed eliminare gli obiettivi con estrema precisione grazie ai missili aria-terra a guida laser AGM-114 “Helfire” di cui sono armati.

Per le missioni d’intelligence e per dirigere gli attacchi, il Pentagono utilizza pure un altro tipo di velivolo senza pilota, l’RQ-4 Global Hawk (“falco globale”), prodotto dalla Northrop Grumman. È il “grande fratello” teleguidato che intercetta ogni movimento sospetto in aree che si estendono per migliaia di chilometri quadrati, l’anello strategico delle catene di controllo e comando delle guerre del XXI secolo, quelle a costo zero – in termini di vittime – per gli eserciti che le scatenano, e dove restano invisibili i morti, civili e militari, dei paesi che le subiscono. Di dimensioni nettamente maggiori del Predator, i “falchi globali” godono di un’autonomia di volo di circa 30 ore e possono volare a 60.000 piedi di altezza in qualsiasi condizione meteorologica.

L'Europa salvi l'Europa

La sinistra europea può combattere la crisi, unendosi su alcuni obiettivi: evoluzione del Fondo salva-stati, ristrutturazione dei crediti sovrani, piano europeo per il lavoro, eurobond, tasse ambientali e sulle transazioni finanziarie. E uno standard europeo per i salari
Fonte: sbilanciamoci

Le domande poste da Rossana Rossanda sul senso dell'Unione europea vanno al cuore del problema. Si chiede, in sintesi: non c'è stato qualche errore nella costituzione dell'Unione europea? Come si ripara?
La svolta, tardiva e inadeguata, intrapresa con l'accordo raggiunto il 21 luglio a Bruxelles nel vertice straordinario dei capi di stato e di governo, lascia l’euro e l’Unione europea a rischio. Non soltanto rischio finanziario, ma sociale e democratico. È sotto osservazione, misurato ogni minuto dagli spread e dal prezzo dei Cds, il rischio di rottura della moneta unica dovuto alla insostenibilità dei bilanci pubblici e alle pressioni dei mercati finanziari. È meno osservato il rischio di rottura indotto dagli insostenibili squilibri sociali e dalle reazioni dei mercati rionali. Gli indici qui sono decisamente più rozzi, ma non meno preoccupanti: la percentuale di cittadini, soprattutto giovani, senza fiducia nella politica, il numero degli indignados, le percentuali di voto raccolte dai partiti nazionalisti e populisti.

Ha ragione Rossanda. Una causa fondamentale della inadeguata impalcatura politico-istituzionale della Ue è di ordine culturale: lo sfondo ideologico liberista che ha accompagnato la nascita dell'euro. I padri e i "padrini" dell'euro avevano e hanno impostazioni culturali diverse e finanche opposte (Ciampi non è Tietmeyer; Prodi, Napolitano e Delors non sono Merkel o Sarkozy), ma non c'è dubbio che il paradigma che ha disegnato le istituzioni della moneta unica e prima ancora le politiche economiche di stabilità e crescita ha seguito i precetti dominanti il trentennio alle nostre spalle. In sintesi: la tecnicizzazione e la neutralizzazione della politica economica. Quanto viene lasciato in mano alla politica, ossia le politiche di bilancio, perde ogni margine di manovra (fino allo "stupido" Patto di stabilità). La politica monetaria si affida a una istituzione tecnica indipendente (la Bce), dotata di pilota automatico, orientata a colpire l'aumento dei prezzi sopra la soglia del 2%. La politica industriale diventa bestemmia. Compito unico della politica è liberare l'economia dalle bardature regolative per lasciare le forze economiche far da sé e, così, fare società. Insomma, come efficacemente sintetizzava un bel saggio di Fitoussi del 1997, nella politica economica "il dibattito è proibito".
"THE COUNTRY IS STRONG"
important Berlusconi speach to reassure foreign markets

mercoledì 3 agosto 2011

La fine del secolo americano

di Nicola Melloni, Fonte: www. liberazione.it
L'accordo sul debito americano siglato lunedì è l'ennesima debacle del Presidente Obama, simbolo perfetto della fine dell'egemonia americana. La sua campagna elettorale era stata disegnata su un manifesto politico di notevole coraggio, un cambiamento di pagina in coincidenza con la grande crisi finanziaria che era e rimane soprattutto una crisi del capitalismo americano. Ci si era illusi che la sua elezione potesse rappresentare una svolta, l'ennesima prova della dinamicità del capitale e dell'America che aveva saputo superare gravi prove come la crisi del '29 e degli anni Settanta. Le idee su riforma sanitaria e finanziaria lasciavano sperare che si fosse intuita la natura della crisi del 2007, nata da una eccessiva polarizzazione del reddito che aveva costretto larghi strati della popolazione ad indebitarsi rendendo così le banche il fulcro del sistema non solo economico ma anche politico, in quanto creatori di reddito (fittizio) attraverso il credito. La riforma finanziaria avrebbe dunque dovuto ridurre il peso economico e politico degli istituti di credito, mentre la riforma sanitaria avrebbe dovuto essere il punto di partenza di un nuovo patto sociale, spostando risorse dal capitale verso il lavoro attraverso una tassazione più progressiva. Entrambe le riforme sono state un clamoroso flop ed ora, con l'accordo sul debito, Obama ha definitivamente calato le brache. La situazione era difficile, con la Camera in mano ai Repubblicani e il Senato ai Democratici, e dunque con la necessità di un accordo bipartisan per aumentare il tetto del debito (in America deciso per legge) e per produrre un programma economico in grado di riassestare i conti pubblici e rilanciare l'economia. Da una parte, i Repubblicani, guidati dal Tea Party, chiedevano tagli alle spese pubbliche (dunque, principalmente, ai trasferimenti sociali e proprio alla sanità), mentre i Democratici volevano aumentare le tasse sui redditi più alti, in un momento in cui la tassazione in America è ai suoi minimi storici, mai così bassa dai tempi di Truman. Ebbene, il compromesso raggiunto dal Presidente sul filo di lana è basato su due capisaldi: no all'aumento delle tasse, sì ai tagli alla spesa pubblica. Un capolavoro. Tanto valeva che venisse accettato fin dall'inizio il piano dei Repubblicani che certo non hanno vinto le presidenziali nel 2008 ma hanno sempre e comunque imposto le loro politiche (grazie anche ad una consistente fetta di Democratici) ad un presidente incapace di giocare sulle divisioni comunque presenti nel campo Repubblicano, dove il partito tradizionale mal sopporta l'avanzata dei talebani del Tea Party. Certo la politica è anche compromesso, ma governare significa assumersi delle responsabilità che Obama, invece, evita. La sua arrendevolezza ha lasciato che il Tea Party ricattasse il governo, quando era chiarissimo che davanti ad una posizione netta del Presidente la business community non avrebbe accettato un default e avrebbe costretto la parte ragionevole dei Repubblicani ad accettare il piano presidenziale.
Questo accordo è un disastro sociale che fa pagare l'aumento del debito ai lavoratori e alla middle class come se fossero stati loro a creare il buco nei conti dello stato e non, invece, le banche e le riduzioni fiscali ai super-ricchi che Obama ha rinnovato qualche mese fa: un errore strategico drammatico che ha dato la possibilità alla destra di ricattare l'amministrazione sul debito. Ma l'accordo è anche e soprattutto una catastrofe dal punto di vista economico, il segnale più chiaro dell'incapacità del capitalismo americano di rinnovarsi. Le ricette economiche sono la riproposizione, in versione addirittura estremista, di quelle che hanno generato la crisi del 2007: poche tasse per i ricchi, disparità di reddito rampante, l'esatto opposto del programma iniziale di Obama. Per di più, in un periodo in cui la crescita rimane assai deficitaria, il nuovo piano economico prevede oltre 2000 miliardi di tagli che affosseranno il Pil ed avvieranno l'economia americana verso una nuova recessione, tant'è che pure la reazione dei mercati finanziari all'accordo è stata all'insegna del pessimismo. Ci si avvia così verso la fine dell'impero americano, che si avvita in una crisi di sistema senza idee e privo di leadership, ostaggio di una banda di assatanati come il Tea Party che addirittura l'Economist ha definito pigmei della politica. Pigmei che dettano l'agenda della Casa Bianca. Una ricetta perfetta per il disastro.

Caro-Irpef, chi ha 20mila euro pagherà il doppio dei più ricchi

Le previsioni della Voce.info. Le detrazioni ridotte si concentrano sui redditi medio-bassi. E dal taglio agli sconti Iva altri 200 euro di extracosti
di VALENTINA CONTE

Giulio Tremonti
ROMA - Alla fine, chi li pagherà quei tagli alle agevolazioni fiscali? Soprattutto le famiglie italiane con redditi medio-bassi. E quanto? Quasi il doppio di quelle abbienti. Fare i conti il giorno dopo l'approvazione d'emergenza della manovra da 48 miliardi non porta buone notizie ai contribuenti. Le famiglie con redditi modesti, e che versano le tasse, nei prossimi anni subiranno la stangata più odiosa. Grazie a una clausola di salvaguardia che mette in sicurezza i conti dello Stato, ma che stravolge quelli domestici.

E dunque, proprio chi fino ad ora contava su detrazioni, deduzioni e bonus fiscali per alleggerire l'Irpef, nel 2013 e nel 2014 vedrà ridotti sensibilmente gli sconti. L'effetto regressivo, calcolato per il sito lavoce. info da Massimo Baldini, economista e docente, si abbatte con particolare iniquità sui nuclei familiari con un reddito medio tra i 16 e i 27 mila euro che a regime, nel 2014, perderanno 620 euro di agevolazioni, su un totale medio di 3 mila euro, quasi il 21%. Un quinto in meno. Al contrario, il 10% più ricco delle famiglie, quelle con un reddito superiore ai 54 mila euro, lasceranno allo Stato solo 364 euro. Perché?

Perché all'aumentare del reddito, le detrazioni Irpef a cui si ha diritto diminuiscono. E dunque i tagli lineari, così come previsti in manovra, per ora indistinti - del 5% nel 2013 e del 20% nel 2014 sulle 483 agevolazioni oggi esistenti che valgono 161 miliardi l'anno e che dovranno assicurare 4 miliardi il primo anno e 20 il secondo - pesano molto di più su chi ha più sconti. Ovvero le classi intermedie. Anche perché si tratta di spese per medici e farmaci, per la scuola e la palestra dei figli, l'affitto, la previdenza integrativa, le ristrutturazioni, gli assegni al coniuge, gli interessi sui mutui, le detrazioni per il lavoro dipendente. Una previsione talmente dirompente che lo stesso autore dei calcoli considera "molto bassa la probabilità di un'applicazione" di una manovra siffatta. A meno che, entro il 30 settembre 2013, non venga varata la riforma fiscale e assistenziale con tagli "mirati".

Famiglie, l´80% possiede la casa in cui vive ma solo il 4% degli under trenta è proprietario.

VALENTINA CONTE - la Repubblica 19 Luglio 2011 Fonte: dirittiglobali
Nuovo studio dell´Agenzia del Territorio: del 3,7% delle abitazioni non c´è traccia nel 740
ROMA - E´ l´investimento per eccellenza. Lo confermano i dati, ancora una volta. Otto famiglie italiane su dieci vivono nella casa che posseggono. In media, 115 metri quadri di sicurezza, specie in tempi di crisi. Ma la ricchezza legata al mattone, e qui sta la novità, non è affatto equa, visto che un quarto del valore delle abitazioni è in mano al 5% di proprietari più ricchi e neanche un quinto a disposizione del 50% di proprietari più poveri. E, soprattutto, sbilanciata anche in rapporto all´età, dal momento che solo il 4% dei proprietari ha meno di trent´anni.
Una concentrazione diseguale di un tesoretto cospicuo pari a 6.335 miliardi. Tanto valgono appartamenti, ville, negozi, fabbricati, capannoni industriali, box, cantine disseminati sul territorio italiano. In tutto, 59 milioni di immobili, raccontati e radiografati dalla terza edizione del rapporto 2011 preparato dall´Agenzia del territorio e dal dipartimento delle Finanze, con la collaborazione di Sogei che, per la prima volta, incrocia i dati della dichiarazione dei redditi (anno 2009), del catasto e del Registro su compravendite, donazioni e successioni.
Così, si scopre che in Italia per ogni cento famiglie esistono in media 116 abitazioni. Molto di più al Sud e nelle isole (132), per via delle case di villeggiatura, ma anche per effetto della migrazione interna che spopola territori e abitazioni. Spulciando i dati, emerge poi che dei 59 milioni di immobili totali (equivalenti a 33,5 miliardi di euro di rendita catastale) quasi 52 milioni sono intestati a persone fisiche (il resto sono di aziende, enti e società): 1,2 milioni in più rispetto al 2008, per un valore complessivo che supera i 5.700 miliardi di euro.

CINA, BRASILE E INDONESIA… IL CAPITALE È UN AMANTE INFEDELE

DI WALDEN BELLO - Fonte: comedonchisciotte
La docilita' e il basso costo della manodopera cinese non dureranno ancora a lungo. E la cosa da fastidio sia alle imprese straniere che alla nascente classe capitalista locale.

Il filosofo sloveno Slavoj Zizek ha scritto recentemente che la "Cina e' oggi lo stato ideale per il capitalismo: liberta' per il capitale e uno Stato cha fa 'lavoro sporco' del controllo dei lavoratori. La Cina come potere emergente del secolo XXI […] sembra dar corpo a un nuovo tipo di capitalismo: senza riflettere sulle sue conseguenze ecologiche, disprezzando i diritti dei lavoratori, subordinando tutto allo sviluppo spietato per diventare la nuova potenza mondiale." Ma il capitale e' sempre un amante infedele. Negli ultimi tempi un numero crescente di leader imprenditoriali hanno sempre piω dubbi sul "modello cinese" che per tre decenni e' stato tanto importante nella globalizzazione della produzione e dei mercati.

Il sollievo con cui nel 2009 era stato accolto dalla cerchia imprenditoriale il recupero dell'Asia orientale grazie al programma di stimolo economico della Cina pari a 580 miliardi di dollari, θ stato ora rimpiazzato dalla la preoccupazione sull'esplosione della bolla immobiliare, la gran pressione inflazionista e l'enorme capacitΰ di investimento senza alcun tipo di controllo. Θ presente anche la sensazione che la dirigenza cinese sia immersa fino al collo in una battaglia persa in partenza contro gli interessi e le strutture create per poter passare da una strategia di crescita basata sulle esportazioni a un'altra basata nella crescita del mercato interno. Una transizione in molti reputano urgente perchι i mercati tradizionali della Cina negli Stati Uniti e in Europa si trovano oramai in una situazione di stagnazione da un lungo periodo.

Ma l'impressione θ che la docilitΰ il basso costo della manodopera cinese – la principale fonte di profitto delle imprese - non durerΰ per molto. E questo disturba sia le imprese straniere quanto la nascente classe capitalista locale. E molti temono che la mancanza di scrupoli della quale parla Zizek, il pugno di ferro che lo Stato cinese usato negli ultimi tre decenni per fare della Cina un paese competitivo, costituisce ora il problema centrale.
I THOUGHT IT WAS JUST A CUP...

martedì 2 agosto 2011

Default morbido, quasi morbido, praticamente in mutande.

di Beppe Grillo
Il default quando arriva, arriva. E poi? Cosa succederà? Immaginiamo tre scenari: "default morbido", "quasi morbido", "praticamente in mutande". Il default morbido prevede un prelievo dai conti correnti (stile Amato), un aumento generalizzato delle imposte indirette, la reintroduzione dell'ICI, l'innalzamento dell'età pensionistica, il blocco di ogni turn over delle assunzioni nella pubblica amministrazione, aumento delle tasse locali, dei trasporti, dell'acqua,dell'elettricità e del gas. Il default morbido è però improbabile con un debito pubblico maggiore di 1.900 miliardi e le banche che non valgono un soldo bucato con in pancia 220 miliardi di titoli di Stato, 85 miliardi di sofferenze e un immenso patrimonio immobiliare che prima o poi andrà svalutato. Per piazzare sul mercato i nostri titoli Tremorti deve riconoscere sempre maggiori interessi. Nel 2011 ne dovremo pagare tra gli 80 e i 90 miliardi. Forse aumentare gli interessi non basta più. L'asta pubblica dei titoli di Stato di metà agosto è stata annullata per il timore che andasse deserta.
Vediamo ora le conseguenze del default quasi morbido. Patrimoniale secca su beni mobili e immobili, eliminazione delle Province e accorpamento dei comuni sotto i 5.000 abitanti (misure queste meritorie), innalzamento della tassazione diretta, a iniziare dall'Irpef, aumento dei costi della Sanità, raddoppio tassazione delle rendite sui patrimoni finanziari, eliminazione agevolazioni fiscali alle regioni e province autonome, introduzione del "giusto contributo" del 5% per ogni reddito uguale o superiore ai 30.000 euro. Ovviamente a queste misure vanno aggiunte quelle del default morbido. In Italia ci sono 19 milioni di pensionati e circa 4 milioni di dipendenti pubblici che, tutti i 27 del mese, devono ricevere la pensione o lo stipendio. I disoccupati sono milioni e centinaia di migliaia le aziende che hanno chiuso. Meno gettito fiscale a parità di costi, finora coperto dal debito, dalla vendita di Bot e Btp, porta al collasso. La coperta dei titoli è diventata corta.
Passiamo quindi allo scenario praticamente in mutande. Blocco del rimborso dei titoli di Stato a scadenza per i cittadini italiani, fallimento di alcune banche, taglio degli stipendi nella Pubblica Amministrazione e delle pensioni del 20/30%, blocco temporaneo di accesso ai propri conti correnti con un prelievo massimo giornaliero di 100/200 euro, sospensione delle carte di credito, privatizzazioni delle quote Eni, Enel e di qualunque bene dello Stato che abbia un mercato. Misure che vanno aggiunte quelle di default morbido e quasi morbido. In ogni caso ci sarà un periodo di recessione e di crollo dei consumi, aumenterà la disoccupazione e le spinte secessionistiche, a Sud come a Nord. “Grande è la confusione sotto il cielo. La situazione è eccellente”, Mao Tse-Tung.

Elaborare il lutto europeista e azzerare la UE

di Marino Badiale e Fabrizio Tringali – Fonte: Megachip.
In una recente intervista rilasciata a Megachip, lo storico Franco Cardini tocca uno degli argomenti più importanti e spinosi che l'attualità ci impone: il rapporto con l'Unione Europea. Cardini è un europeista convinto e determinato. Dalle sue risposte si evince la convinzione che gli Stati europei possano conquistare una piena autonomia politica, economica e militare dalle potenze esterne solo tramite qualche forma di unione. Noi condividiamo questo auspicio e questa convinzione, per questo abbiamo voluto scrivere queste righe di commento agli spunti di riflessione offerti dallo storico fiorentino. Abbiamo già indicato le ragioni per le quali riteniamo che l'unica strada per costruire sul serio una alleanza con le caratteristiche di autonomia indicate da Cardini, cioè “libera dalla NATO e dalle multinazionali”, sia passare per l'uscita dall'Euro e la formulazione di una nuova proposta di alleanza rivolta a tutti i Paesi potenzialmente interessati, centrata su basi opposte a quelle dell'attuale UE:
democrazia, partecipazione, pace e decrescita, in luogo di tecnocrati, banche e multinazionali, imperialismo e crescita del PIL [vedi: Badiale-Tringali "Liberiamoci dall'Euro, per un'altra Europa" ].
Condividiamo con Cardini l'idea che per costruire una Europa effettivamente libera, indipendente e unita, occorra “un sogno coraggioso, al limite della follia”. Dunque riteniamo che non si spaventerà se sosteniamo che sia necessario azzerare l'attuale Unione Europea, perché essa non può essere trasformata nell' “Europa dei popoli” che desideriamo. Tra le molte ragioni che impediscono di credere nella possibilità di riformare l'attuale UE, abbiamo indicato l'assenza del soggetto sociale in grado di farsi promotore di questo cambiamento.

I PATRIZI, I PLEBEI E L'IMPERATORE PAZZO

“Tremonti o Amato”, dicono i senatori...
di Riccardo Orioles. Fonte: ucuntu
1.647 emigranti sono morti nel Canale di Sicilia nei primi sette mesi del 2011. 5.962 dal 1994. Gli ultimi venticinque l'altro ieri, vicino a Lampedusa. Gli emigranti superstiti, dai campi di concentramento, protestano disperatamente da Ponte Galeria a Mineo, ma se ne sa quasi niente perché il governo ha vietato ai giornalisti di avvicinarsi ai campi.
* * *
Una delle principali multinazionali del pianeta, la Foxcom (fabbrica gli Apple, i Dell, i Sony e gran parte degli altri giocattoli di massa) prevede di utilizzare nelle sue fabbriche novecentomila robot nei prossimi tre anni, facendo a meno di altrettanti operai.
* * *
Continua la catastrofe della Fiat sotto Marchionne. 7,8 per cento di vendite in meno nell'ultimo mese.
* * *
Colloqui banche-industrie-sindacati per un “governo tecnico” e un patto sociale. Repubblica azzarda i nomi dei “tecnici”: Mario Monti, Giuliano Amato o - il più probabile di tutti - Giulio Tremonti. Dopo l'imprenditore Berlusconi, avremo, a quanto pare, un altro governo degli imprenditori.
* * *
Queste sarebbero le notizie. Il commento è scontato. La crisi italiana si risolverà (o cercheranno di risolverla) tutta dentro al Palazzo. Dunque, non sarà risolta.
I quaranta milioni di italiani (di più, considerando anche gl'italiani senza identità di cui nessuno sa esattamente il numero, come per gli schiavi dell'antica Roma) che hanno pagato questi vent'anni di Berlusconi - dell'imprenditore Berlusconi, e di tutti gli altri imprenditori che l'hanno appoggiato - non hanno voce in capitolo, non la debbono avere.
Il prossimo Berlusconi starà un po' più attento con le donne, non racconterà barzellette idiote, sarà un po' meno ridicolo quando avrà a che fare con presidenti e regine e questo, nelle intenzioni del Palazzo, è più che sufficiente per noi poveracci. Contentiamoci. Giusto?
* * *
Parlavamo di Roma, quella senza Cristi e senza illusioni: l'impero. Approfondiamo il paragone. Anche allora ogni tanto un imperatore impazziva, e i proprietari del mondo - i senatori, i patrizi, coloro che secondo se stessi erano Roma - ne avevano paura. A volte, di malavoglia, si ribellavano.
“Forza, plebe! Seguiteci! Viva la libertà! Morte al tiranno!”.
E i plebei, che da generazioni lottavano sordamente per le loro vite, li guardavano diffidenti: “Ma voi non eravate a corte con l'imperatore?”.
“Tempi passati! Adesso pensiamo a Roma!”. E i plebei, non del tutto persuasi, li applaudivano.
“Quale artista muore con me!” sospirava Nerone. E già i senatori litigavano sul prossimo imperatore e su quanti pretoriani e quanti gladiatori sarebbero stati necessari per tener buona la plebe in avvenire.
* * *
L'impero alla fine cadde, perché non può durare un impero con troppo poca tecnologia e troppi schiavi. Ma questo i senatori non lo sapevano, e non gl'interessava saperlo.
(Intanto, fra gli schiavi, si macinava qualcosa. Tutto un mondo diverso, né senatorio né imperiale. Un'altra cosa.)
Riccardo Orioles
THE BOLOGNA BOMBING
killed 85 and wounded more than 200. the attack has been materially attributed to neo-fascist group but suspicion of the State secret service involvement emerged shortly after.

THE STATE TODAY IS ABSENT... (to commemoration)
...IT WAS HERE ON THE 2nd of AUGUST 1980

lunedì 1 agosto 2011

I giganti della Terra verso il grande crash.

di Mike Davis in ilmanifesto Fonte: controlacrisi
Usa, Europa e Cina - i tre pilastri dell'economia globale - corrono come folli
verso la crisi, sebbene da posizioni diverse. La collisione è imminente, e
sarà letale
Secoli fa, a 14 o 15 anni, io e la mia vecchia banda bramavamo l'immortalità
nel catorcio fumante di una brontolante Ford 40 o di una Chevy 57. Il nostro
J.K. Rowling era Henry Felsen, l'ex-marine autore dei best-seller Hot Rod (1950),
Street Rod (1953) e Crush Club (1958). Felsen era il nostro Omero dell'asfalto,
che esaltando giovani eroi destinati alla morte ci invitava a emulare la loro
leggenda. Uno dei suoi libri si conclude con uno scontro apocalittico presso
un incrocio, che stermina l'intera classe di laureandi di una piccola città
dello Stato dell'Iowa. Amavamo così tanto questo passaggio che eravamo soliti
rileggerlo a voce alta l'un l'altro.
Difficile non pensare al grande Felsen, morto nel 1995, quando si sfogliano
le pagine economiche di questi tempi. Dopo tutto, ci sono i repubblicani del
Tea Party, con l'acceleratore spinto violentemente, che ghignano come demoni
mentre si avvicinano alla Deadman's Curve (John Boehner e David Brooks, nei
posti posteriori, muoiono di paura.)
L'analogia con Felsen sembra ancora più forte quando si prospetta una visione
globale. Dall'alto la situazione economica mondiale si profila chiaramente
come uno schianto in attesa di accadere. E da tre direzioni distinte Stati
uniti, Unione europea e Cina stanno accelerando alla cieca verso lo stesso
incrocio. La domanda è: qualcuno sopravviverà per partecipare al ballo di fine
anno?

Egoismo di Stato

di Nicola Melloni. Fonte: liberazione
Dopo appena una settimana dal lancio del piano di salvataggio dell'euro e dal cosiddetto Piano Marshall per la Grecia, è già ormai sotto gli occhi di tutti l'inadeguatezza della risposta data dall'Unione alla crisi che attanaglia il vecchio continente. Dopo una prima risposta positiva dei mercati, lo spread tra titoli italiani e titoli tedeschi si è di nuovo preoccupantemente dilatato, con pesanti ricadute sui conti pubblici del nostro paese.
Il motivo è semplice, le grandi banche internazionali, guidate guarda caso da Deutsche Bank, stanno iniziando a disinvestire nel mercato italiano, e la minor domanda spinge in alto il tasso di interesse. Sono fenomeni preoccupanti, il divario tra i Btp ed i Bund sono un segnale chiaro della debolezza della nostra economia e della poca fiducia che il capitale internazionale nutre nei confronti dell'Italia. D'altronde il divario di oltre 300 punti base è quello che già la Grecia sperimentò all'inizio della crisi che l'ha messa ora con le spalle al muro. E sicuramente la crisi greca è uno dei fattori scatenanti del cosiddetto effetto contagio. Le banche esposte sul mercato greco si fanno ora assai più guardinghe e si ritirano dai mercati a potenziale rischio, come l'Itali, che a torto o a ragione, è oggi considerata a rischio di default, reinvestendo in titoli che offrono molte più garanzie, come appunto i Bund tedeschi. Il che, appunto, vuol però dire che nessuno crede che la crisi sia stata risolta dal piano di salvataggio. Soprattutto non regge più l'assunto che la Grecia fosse un caso unico, impossibile da ripetersi. Infatti. L'aumento dello spread tra Italia e Germania segnala l'esatto opposto. Per Atene, dopo due anni sprecati si è infine deciso di modificare artificialmente i tassi con l'emissione di prestiti a tassi sostanzialmente pari a quelli applicati sui titoli tedeschi, ma cosa si farà per l'Italia se la situazione dovesse cominciare a peggiorare?

«C'è il rischio che l'euro esploda. Chi pagherà il prezzo?»

di Fabio Sebastiani su Liberazione Fonte: esserecomunisti
Intervista ad Emiliano Brancaccio, economista, Università del Sannio

La Germania sta riuscendo nel suo tentativo di gerarchizzazione dell'Europa a proprio uso e consumo, con gravi conseguenze sui più deboli, tra cui l'Italia. Tu l'avevi previsto qualche mese fa...

Non è mai bello ritrovarsi nelle panni delle Cassandre ma questa crisi sta prendendo una piega che alcuni di noi avevano previsto. La vendita dei titoli pubblici italiani da parte di Deutsche bank è uno dei tanti sintomi dello scontro in atto in Europa, tra capitali forti e capitali deboli. I capitali forti sono dotati di ingenti disponibilità liquide. Essi quindi non hanno fretta, né hanno interesse a fare si che l'Europa affronti i suoi squilibri interni e rilanci l'occupazione. Anzi, proprio sotto la spinta degli interessi capitalistici prevalenti, le politiche di lacrime e sangue hanno accentuato gli squilibri e depresso ulteriolmente i redditi. Se però il reddito continua ad arrancare diventa impossibile rimborsare i debiti, non solo pubblici ma anche privati. In questa situazione è ovvio che gli speculatori si inseriscano, scommettendo sulle insolvenze e quindi vendendo i titoli dei paesi in difficoltà. Così facendo, gli speculatori non si limitano a prevedere il futuro ma contribuiscono a crearlo. Infatti, la vendita di titoli costringe i debitori a rifinanziarsi a tassi di interesse più alti, il che li spinge sempre più rapidamente verso l'insolvenza. Siamo insomma di fronte a una tipica spirale deflazionista, nella quale i lavoratori assumono la parte della vittima sacrificale.
THE CAPITALISM EXPLAINED TO CHILDREN

domenica 31 luglio 2011

Ristrutturare il debito, la strategia del Bloco.

di Goffredo Adinolfi (il manifesto del 29/07/2011) Fonte: controlacrisi
«Piani di aiuti punitivi stanno aggravando le diseguaglianze in Europa». La proposta di Miguel Portas, eurodeputato della sinistra portoghese: finanziare investimenti con gli Eurobonds, tassare le transazioni finanziarie

La crisi dei debiti sovrani oggi è questione europea - con l'Europa intesa non solo come entità geografica ma soprattutto come un'unione istituzionale - e l'eurodeputato Miguel Portas è probabilmente la persona più adatta per aiutarci a capire cosa sta succedendo nei rapporti tra Portogallo, l'Europa e le sinistre europee. Questo per varie ragioni: innanzitutto perché Portas è tra i fondatori del Bloco de Esquerda, un partito nato alla fine degli anni '90 per riunire vari movimenti di sinistra non appartenenti al Partito Comunista, e resta tutt'oggi forte e vitale. In secondo luogo perché Portas è uno dei pochi grandi leader che ha scelto di concentrare la sua attività politica nel parlamento europeo, dove è deputato dal 2004;infine perché è vicepresidente della commissione speciale del parlamento europeo per la crisi finanziaria economica e sociale.

Perché i media sono tanto disattenti a quanto succede nel parlamento europeo?

Credo che i media parlino poco di questa istituzione perché, dal punto di vista dell'opinione pubblica, è vista come l'«anello debole» del sistema istituzionale europeo. Ma c'è un che di ingiusto in questa visione. Se era vera prima dell'entrata in vigore del Trattato di Lisbona, oggi appare inadeguata. Attualmente, tutte le questioni che hanno un rilievo di ordine economico sono oggetto di co-decisione tra i governi e il Parlamento Europeo. Anzi, bisogna sottolineare come proprio nel parlamento europeo le posizioni liberiste più allineate con la Banca Centrale Europea trovino la loro espressione politica più forte.

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